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Una grossa tetta di gomma rosa e, sotto, la scritta: “Il mondo secondo Berlusconi”. È una delle immagini forti di uno spot de Le Monde Magazine, il settimanale del prestigioso quotidiano francese. Realizzato da Publicis Conseil, una delle più quotate agenzie pubblicitarie d’Oltralpe, il videoclip sta circolando in rete, in particolare su Facebook, alla velocità della luce, riaccendendo ancora una volta le polemiche sulle conseguenze internazionali dei comportamenti di Silvio Berlusconi. Donne e sesso: è tutto quello che evoca, per i francesi, la figura del presidente del Consiglio italiano? “In teoria, questo video non avrebbe dovuto vederlo nessuno, né in Francia né altrove – spiega, un po’ sorpreso, Didier Pourquery, caporedattore de Le Monde magazine. E perché? “L’estate scorsa, per rilanciare il nostro giornale dopo averne rivoluzionato la formula, avevamo commissionato una campagna pubblicitaria a Publicis Conseil. A fine agosto, l’agenzia ci sottopose diversi videoclip, tutti ispirati alla forma sferica per evocare il globo terrestre e quindi Le Monde”. Silvio Berlusconi era il protagonista di una delle proposte. “In quel momento – ricorda Didier Pourquery – anche in Francia si parlava moltissimo dello scandalo delle escort e delle feste a Villa Certosa; l’agenzia pubblicitaria aveva cavalcato l’attualità e giocato sull’associazione d’idee. Ma la direzione de Le Monde non la ritenne una buona idea. L’immagine venne giudicata un po’ troppo osé e quindi si decise di scartarla. In Francia, non è mai passata in televisione. La campagna pubblicitaria si è orientata verso altri temi”. Ora l’immagine spopola. “Io avevo trovato l’idea piuttosto divertente, ma, devo riconoscerlo, anche un po’ cattivella. Soprattutto riduttiva, qualunque cosa si pensi del presidente del Consiglio italiano”. Ma se è stato rifiutato, perché il clip ora circola su Internet? “Questo proprio non lo so. Non sarebbe dovuto uscire dalle mura dell’agenzia pubblicitaria”. Invece, il tam-tam degli internauti ne ha fatto uno dei video più gettonati del momento. Accanto alla visione berlusconiana del pianeta, lo spot propone anche la Terra secondo l’ex presidente George W. Bush (divisa tra buoni – gli americani –, e i cattivi, quasi tutti gli altri) e quella secondo la mafia (un globo trafitto da un proiettile). L’obiettivo dell’agenzia era quello di mostrare con ironia la diversità dei punti di vista e delle realtà soggettive, sottolineando implicitamente il pluralismo della rivista francese. Ieri, a Publicis, nessuno ha voluto commentare il successo del clip su Internet né tentare di spiegare come il video sia finito su Facebook e su parecchi blog francesi. La situazione politica italiana appassiona l’opinione pubblica d’Oltralpe: ancora ieri, sul sito d’informazione Rue89, un lungo articolo era dedicato al problema della libertà di stampa e dell’isolamento degli intellettuali italiani.
Ecco come ci vedono all'Estero....Siamo e resteremo alla "berlina". Grazie tante Mr. president, da parte di tutti gli Italiani che non la pensano come lei........
Maseghepensu (Ma se ci penso)
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Un’immagine di Neri Marcorè che imita Nicolò Ghedini durante il programma Parla con me
IMITAZIONI
Neri Marcorè, alias Niccolò Ghedini al telefono con Silvio Berlusconi, mercoledì sera durante Parla con me, è un vero e proprio attentato alla vita. Il rischio di morire dalle risate, seppure amare, è altissimo: ”Pronto? Sì, sì, abbiamo risolto tutto sì, sì, stiamo… ma non c’è più posto, abbiamo fatto tutto quanto: detassato il falso in bilancio, abbiamo tolto le tasse di successione e sui grandi patrimoni, abbiamo fatto il lodo Schifani, il salva Rete Quattro, il salva calcio, condoni vari, la salva Cirami, Cirielli cosa dobbiamo fare di più? Quella casella è tutta piena. Ah! anche lo scudo fiscale abbiamo fatto”. Se Neri Marcorè nelle vesti di Ghedini è corrosivo, in quelle di se stesso è altrettanto duro. “Io al posto di Ghedini gli consiglierei una legge ad personam risolutiva e chiara che sancisca, una volta per tutte, che è un cittadino al di sopra della leggeNulla da dire contro Di Bella, ma denuncia: “Il punto sono le ragioni che hanno portato alla sostituzione di Ruffini, un direttore che funzionava. Visto che vige la regola del mercato, come mai in questo caso si è fatta un’eccezione? Per soddisfare la voglia di egemonia di Berlusconi?“ ....(Il Fatto Quotidiano 27 Nov. 09)
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Certo è, che la satira se la vanno proprio a cercare con il più che famoso lanternino di Diogene. Risulta impossibile non fare dell'ironia. Purtroppo va a ricadere sulle spalle degli italioti, Siano scemi, quelli che lo hanno votate, o gli altri che, pur non meritandolo ne pagano le conseguenze......Saluti.....
Maseghepensu
(Ma se ci penso
dicono i " nostri "politici, vi vogliono far credere che,al di fuori dei confini italiani si viva con problemi all'italiana se non peggio. Nulla di più falso...Certamente questa crisi si fa sentire e come si fa sentire..ma, pensare all'Italia ci fa soffrire e tanto. Qui, andando in giro, non si nota la disperazione italiana, lo Stato tedesco sostiene eccome, tutti coloro che, per loro sfortuna,hanno perso il posto di lavoro. E, non li sostengono facendo loro una sorta di elemosina ma, con provvedimenti che, in Italia nemmeno si sogna. Quello che raccontano non sono altro che menzogne...! Buon fine settimana a tutti....
Maseghepensu (Ma se ci penso)
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Si può perdere bene e si può perdere male. Se va avanti così – se continua a lasciare sostanzialmente solo il suo candidato – la sinistra si avvia a perdere malissimo. Non è solo questione di stile, che pure conta. È questione di numeri. Se Berlusconi vince, dovrà fare. Se stravince, sarà tentato di strafare (lo conosco, e non ho dubbi). E di un Berlusconi che si considera onnipotente, cari lettori, io faccio volentieri a meno. So che alcuni di voi sognano un personaggio del genere: e non posso farci niente, se non invitarli a leggere la storia d’Italia, e non soltanto quella di questo secolo La stanza di Montanelli, Corriere della Sera, 17 aprile 2001
Un grande Personaggio che..riusciva a leggere nel futuro..........Ma se ci penso...
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Definizione di guerra civile: conflitto armato condotto da una parte della popolazione contro un’altra, ovvero contro le forze dello Stato poste a difesa dell’ordine e della sicurezza. E poi: l’articolo 286 del Codice penale prevede la pena dell’ergastolo per chi commetta fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato. Rileggiamo adesso l’ultima dichiarazione attribuita a Silvio Berlusconi: “C’è un tentativo di far cadere il governo condotto soprattutto dalla magistratura che ha preso una deriva eversiva e che porta il paese sull’orlo della guerra civile”. Il nesso di causa ed effetto tra le due frasi è lampante (lasciamo stare il solito giochino della smentita dopo che il sasso è stato tirato). Berlusconi, giunto forse all’ultimo atto dello sciagurato attacco contro la Costituzione repubblicana avverte i pm che indagano sui referenti politici delle stragi mafiose del ‘92 e ‘93 (Capaci, via D’Amelio, Milano, Firenze, Roma) a non osare varcare la soglia di Palazzo Chigi. Poiché se il presidente del Consiglio fosse indagato, come si vocifera da settimane, ciò sarebbe considerato un golpe contro il governo eletto dalla maggioranza dei cittadini, con il rischio appunto di una guerra civile. Cosa farebbe allora il governo? Darebbe ordine di arrestare i magistrati “golpisti” rei di aver complottato contro gli organi dello Stato? Ma i veri golpisti sono i rappresentanti della legge, oppure colui e coloro che alla legge cercano di sfuggire con ogni mezzo e a qualsiasi prezzo? Nella comunicazione di tipo cileno non può mancare un duro avvertimento di tipo “lealista” rivolto ad alleati e subordinati. Su ogni tema, annuncia il caudillo di Arcore, si decide a maggioranza e chi non condivide è fuori. Capito Gianfranco Fini? Stato d’emergenza anche per la tv pubblica nella quale non saranno più ammessi processi contro il governo. Se non fossimo sospesi tra il dramma e la farsa verrebbe da chiedersi in quale stadio verranno rinchiusi gli oppositori.
(IlFattoQuotidianodel27Nov.09) ______________________________________________________________
Si, è proprio un farabutto che, con tutti gli avvocati che possiede, quelli suoi privati più tutti gli altri che ha nominato senatori oppure deputati, una via d'uscita riesce sempre a trovarla. Ora che all'orizzonte si prospetta una accusa di "mafiosità" inizia a mettere le mani avanti e...non farsi troppo male. Il perchè si può anche vedere dalla nuova legge che prevede, per i mafiosi altre regole, diverse purtroppo da quelle del comune mortale. Ma io sono certo che, prima o poi dovrà rendere conto dei suoi misfatti. Magari, poichè ha superato i 72 anni, non andrà in galera ma, in un dorato "arresto domiciliare. Gli italiani resteranno purtroppo cornuti e mazziati come dice il grande Tonino......! Maseghepensu (Ma se ci penso)
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Carlo Tecce
26 novembre 2009
Dentro le stanze c'è l'odore di chi vi abita. E all'ufficio di presidenza del Pdl, una sorta di plastico dove c'è un gruppo di persone/figuranti e un solo pensiero, Silvio Berlusconi ha evocato una persecuzione giudiziaria che porta il paese sull'orlo di una guerra civile. L'ufficio stampa del Pdl ha smentito. Il presidente del Consiglio era più nervoso del solito, rosso sul viso ricoperto dal trucco. Il secondo tempo di uno sfogo degno del marchio di fabbrica, e quindi pericoloso e allarmante, è bofonchiato ai microfoni come parole in fiore: “I pm vogliono far cadere il governo. Avanti con il processo breve. Basta trasmissioni che fanno guerra al governo”. E poi: riforma della Costituzione per recuperare il Lodo Alfano bocciato. Più che una guerra civile, la guerra è contro il paese. Domanda retorica: sapete chi è il generale delle truppe libertine?
Ieri sera a tavola, ascoltando le ultime notizie TV a proposito del Dubai, capii improvvisamente il perchè della visita lampo in quello Stato del nostro presidente del consiglio. Si, perchè proprio dal TG venne data la notizia del fallimento della Banca Centrale di quello Stato. Ma la notizia saltò fuori soltanto dopo la visita di "lui". Altro che "affari" di Stato, si recò laggiù per salvare i suoi conti in nero.....Il furbone evasore.....Maseghepensu (Ma se ci penso)
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Prima le botte poi gli insulti. Non si sa mai che non capiscano bene, visto che sono stranieri. Così l’altra sera, a Rovato, è andato in scena un bel gesto di civiltà. Due operai di nazionalità kosovara che stavano rincasando dal lavoro sono stati presi a calci e a pugni. Mazzate pure alla loro auto sotto alla quale è stato gettato qualcosa che ha causato un grande botto. Meglio non è andata alla signora italiana che gestisce il bar Mandarino che si trova in corso Bonomelli. La donna è stata colpita da una bastonata e solo grazie all’aiuto di un avventore è riuscita a chiudere la porta del locale dove poco prima erano stati lanciati due grossi petardi il cui botto si era sentito risuonare nel paese. Tutto è accaduto nel corso della manifestazione ‘pacifica’ organizzata dopo l’aggressione a una coppia avvenuta lo scorso fine settimana. Lei violentata ripetutamente: un'aggressione feroce fatta da un ragazzo marocchino che quella notte aveva sniffato cocaina e bevuto. Siamo dunque a Rovato, paese della Franciacorta insieme a Cazzago rimasto al centrosinistra, in una zona in cui furoreggiano e spopolano le bandiere leghiste. Nei giorni successivi all’aggressione era stato indicato tra i luoghi della paura. Nonostante inquirenti e prefetto di Brescia, dopo l’immediato arresto dell’aggressore, avessero subito definito il caso “un episodio isolato”. Un messaggio che evidentemente non è stato volutamente colto da quanti (oltre una quarantina) coperti in viso e armati di bastoni hanno abbandonato la coda del corteo silenzioso e hanno cominciato la loro caccia. Un termine usato da chi ha visto con i propri occhi la scena dell'aggressione ai due stranieri. Altra cosa che ha lasciato perplessi è stato l'esiguo numero di forze dell'ordine presenti alla manifestazione: pochi i carabinieri e ancora meno quelli della questura. I manifestanti, invece, circa erano 2 mila. Gli immigrati sono rimasti chiusi in casa. Solo quei due hanno avuto la sfortuna di rincasare verso le 10.30 mentre la spedizione punitiva imboccava le vie che portano verso il centro del paese e il Comune. Alcuni, nonostante il viso coperto, sono stati riconosciuti da chi frequenta lo stadio Rigamonti: frange estreme della destra. Quelli che hanno un debole e conservano ancora la passione per la Decima Mas tanto per intenderci.
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Questi "lumbard" fascisti bossiani, sono la brutta immagine italiota che si da al Mondo intero. Questa gentaglia dovrebbe essere rinchiusa in un Ghetto come i nazifascisti usavano fare nel celebre 20tennio del "duce". Non se ne rendono nemmeno conto, molto probabilmente, sobillati dai loro capatazzi come bossi e i vari borghezio...sono la feccia d'Italia.....
Masaghepensu
(Ma se ci penso)
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di Luca Telese
Per giorni è stata sotto assedio. Sembrava che l’accordo nazionale (e locale) con l’Udc dovesse passare sopra la sua testa. Qualcuno le rimproverava “di non avere un buon rapporto con i cattolici”, qualcun altro di essere “laicista”. Un destino in parte parallelo a quello di Nichi Vendola, che ha scelto di rompere gli indugi candidandosi direttamente alle primarie e sfidando i suoi avversari a fare altrettanto (in Puglia il Pd è in fibrillazione, e deve decidere se appoggiarlo o meno). Mercedes Bresso, presidente uscente della regione Piemonte, invece spiega: “Io sono favorevolissima alle primarie, ma credo che in Piemonte non ci sia più tempo per farle. Se le volevano, dovevano pensarci prima. Ora il tempo scaduto.." Governatore Bresso, la agita tutto questo dibattito? (Sorriso) Per nulla, io sono tranquillissima: in Piemonte la coalizione che ha governato ha scelto la sottoscritta. Sarebbe un paradosso se si pensasse di mettere in discussione questa scelta in nome di altre logiche.
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Questa volta i tagli previsti dall’ultima Finanziaria non passeranno inosservati perché mettono in crisi una misura che è un pilastro della scuola pubblica dal 1967 e che serve a garantire il diritto allo studio a tutti i ragazzi. La notizia sembra imbarazzare anche il governo: sono stati soppressi i fondi che servivano a fornire libri di testo gratis agli alunni meno abbienti nella scuola dell’obbligo. Si tratta di 103 milioni di euro che, fino a oggi, venivano indirizzati agli enti locali per pagare i buoni libro. “Il governo – commenta il capogruppo Pd in commissione Cultura alla Camera, Manuela Ghizzoni – ha cancellato con la Finanziaria lo stanziamento di soldi che, come dimostra anche il servizio studi di Montecitorio, sono destinati alla fornitura gratuita dei libri di testo a chi non può permetterseli”. Replica il ministero dell’Istruzione: “I finanziamenti per il 2010 sono già previsti. Saranno infatti assicurati dalle risorse che il governo sta predisponendo e che saranno anche in parte recuperate tramite il rientro dei capitali. É la nostra priorità”. Se ne deduce che la possibilità, per gli studenti in difficoltà economiche, di accedere ai testi scolastici è appesa allo scudo fiscale: “Prima o poi – ragiona la Ghizzoni – si scoprirà che lo scudo non basterà per tutto. Ogni volta che tagliano, ci raccontano che possiamo stare tranquilli perché rientreranno i capitali dall’estero”. E soprattutto lo scudo è una misura una tantum che finanzierà l’accesso ai libri per un solo anno, mentre i 103 milioni ne avrebbero coperti tre. Proprio questo lascia perplessa la Ghizzoni, cioè che l’impegno del governo si limiti, come conferma il portavoce del ministro Mariastella Gelmini, a garantire la gratuità dei testi solamente per il 2010: “É una beffa. A parte il fatto che non ci sono certezze, ma solo parole, se anche il ministero dell’Istruzione fosse sincero, sta promettendo solo una norma tampone. Quest’anno doveva essere rinnovato il prossimo triennio, come ha fatto tre anni fa il governo Prodi e come sempre avviene. Nel 2011 invece saremo scoperti. Anche il ministro Bondi, ieri in aula, ha ammesso che questo allarme è reale”. E al ministero dell’Istruzione ammettono che ancora non sanno dove troveranno i fondi il prossimo anno. La preoccupazione emerge anche negli ambienti sindaca-li: “Questa nuova mossa del governo – dice il segretario generale della Cgil scuola, Mimmo Pantaleo – si inserisce in un’opera di demolizione della scuola pubblica”. E aggiunge: “Si va disperdendo il concetto di gratuità dell’istruzione e tutto ciò – sottolinea il sindacalista – finirà per gravare sulle famiglie, con conseguenze molto pesanti sui loro bilanci considerando la crisi economica che ancora attanaglia il paese”. Attacca anche la Cisl: “Il mancato stanziamento dei 103 milioni di euro, destinati alla fornitura dei libri di testo per gli alunni meno abbienti, penalizza ingiustamente – dice il segretario generale della Cisl scuola, Francesco Scrima – coloro che hanno minori possibilità economiche. É inconcepibile che un paese civile e che si vanta di essere la sesta potenza economica del mondo ostacoli in questo modo l’esercizio del diritto allo studio”. Né il ministero dell’Istruzione, né quello dell’Economia, sanno dire come verranno utilizzati i fondi sottratti alla scuola. (Il Fatto Quotidiano)
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Respinta in commissione la richiesta della Procura di Napoli
Undici deputati hanno detto di "no" contro 6 sì e un astenuto
Camera, no della Giunta
all'arresto di Cosentino
Di Pietro: "La casta si autoassolve. Sentenza beffa per i cittadini onesti"
Nel pomeriggio bocciate le mozioni di sfiducia del Pd e dell'IdvEra possibile
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(Il Fatto Quotidiano)
di Oliviero Beha
Leggo su Il Fatto di ieri una pagina a proposito del testamento biologico. Il titolo era “Se Cicchitto e Fisichella fanno comunella”, e a parte la rima il sommario spiegava che “il capogruppo e il monsignore lavorano assieme sulla legge”. L’altroieri, lunedì, nel pomeriggio è morta la mia gatta Mimmi, quasi 16 anni da sempre con noi, similsiamese o fintobirmana, il pelo bigio e lucente, un’indipendenza e un’affettuosità inarrivabili. E’ morta per un sarcoma che la stava divorando. Da qualche giorno era rapidamente peggiorata. Soffriva visibilmente, quasi non ingollava più niente, si era messa da parte, su una sedia, in penombra, perché le faceva fatica muoversi o salire le scale. Era la prima volta, in tanti anni. Fino all’ultimo ha tentato con dolore di fare le fusa, ma davvero per farci piacere. Avevamo capito che era in gioco la sua dignità. Per questo, per lei, abbiamo convocato un veterinario che con un’iniezione le interrompesse la sofferenza, e con la sofferenza il rischio di morire senza dignità, e con il rischio la vita. Oggi ha lasciato un buco. Chi ha degli animali o li ha avuti può capire. Ma ovviamente in omaggio al sempre in agguato “e chi se ne frega!” non ne scriverei se questa morte, o fine vita, non fosse avvenuta appunto con dignità, nel silenzio, nel dolore. Senza né Cicchitto né Fisichella, senza rime, senza cardinali, senza trasmissioni tv, senza smercio di tattiche politiche, senza abusi mediatici, senza, senza, senza. Senza quell’orrido commercio che la politica ha fatto del caso-Englaro strumentalizzandolo senza alcun tipo di scrupoli, senza la voracità della stampa e la volontà di schierarsi comunque al riparo da dubbi, esitazioni, questioni irrisolte. Senza l’intenzione degli attori di una tragedia d’altri di immedesimarsi almeno un poco nella tragedia di Beppino Englaro e di una famiglia ormai da troppo tempo in assenza presente di Eluana. Senza il ritegno di non mostrare la ragazza splendente di vita prima dell’incidente, come a gara hanno fatto Vespa e soci. Quando vegli una creatura vivente, sia essa anche una gatta di nome Mimmi, e devi decidere se tirarla per le lunghe per te, per averla ancora anche così, oppure volerle bene fino a farla smettere di soffrire inutilmente con una dignità in dissoluzione, ti cali pienamente in questa incertezza, di cui sai soltanto che comunque sceglierai a malapena (con grande pena) il male minore. L’idea che il duo Lescano citato da Il Fatto stia lì a negoziare una legge “come se” fosse una legge qualunque, l’idea che il testamento biologico possa scapolare la sofferenza e il dolore di cui è materialmente fatto e possa invece servire a una prova di forza di qualcuno contro qualcun altro mi mette i brividi. In altro, diversissimo modo è un po’ quello che è accaduto da trentacinque anni e stagionalmente, secondo i calendari della politica, con la legge sull’aborto. Nessuno con qualche stilla di umanità può essere a favore dell’aborto, ma in discussione, parlamentare prima e popolare e mediatica poi fino ad oggi, non c’è l’aborto ma la sua “dolente” legalizzazione. Credo che un discorso analogo si possa fare sul “fine vita”, e sul testamento biologico, facendo attenzione non solo al “cosa” ma anche al “come”. Come se ne parla, con che sensibilità lo si affronta ecc. La parola “dignità” applicata a una gatta che non voleva dare fastidio e perdere del tutto la sua autonomia non è mal spesa perché si tratta “soltanto di una gatta”. In questione non c’è lei, e le sue fusa estreme, bensì noi, ciò che proviamo, la scala di valori per cui saliamo o scendiamo. E quel pudore che non può non circondare l’ultimo passaggio. Per il pudore si è battuto Englaro. Dunque non vorrei proprio che oggi Cicchitto e Fisichella dovessero prendere lezioni da una gatta. (Il Foglio Quotidiano)
Dovremmo osservare molto di più quelli che noi chiamiamo "animali", studiarli bene e cercare di imitarli. Gli animali siamo noi esseri umani e non loro. Se è vero come dice il rappresentante di Dio sulla Terra, il Signore ci fece a Sua Immagine e Somiglianza..ebbene, allora mi vergogno di appartenere a questa maledetta umanità........Ma se ci penso
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Lucio Stanca, doppiostipendista, prendi la penna (il computer non lo sai usare) e fai la somma: 164.168 euro da parlamentare; 300.000 euro da amministratore delegato dell’Expo 2015; 30.000 euro come consigliere dell'Expo 2015; 150.000 euro di variabile per l’Expo 2015; totale: 644.168 euro. Stanca si deve sempre ricordare che è un nostro dipendente. I soldi che prende (tanti) gli arrivano dalle nostre tasse. Percepisce un doppio stipendio senza vergogna. E se un giornalista di Repubblica gli chiede le ragioni replica: “Devo rispondere ai miei cittadini e al gruppo del Pdl”. Chiedo ai precari, disoccupati, alle famiglie monoreddito con 800 euro al mese e a tutti i cittadini che non percepiscono un doppio reddito a carico dello Stato, quando incontrano Stanca per strada, di fermarlo e di farsi restituire i soldi da parlamentare. Il creatore della più grande ciofeca informatica mondiale, il celebre portale Italia.it , infatti alla Camera non si fa più vedere. Nel mese di ottobre è stato presente solo al 4,22% delle votazioni.
Sapete perchè questa gente si comporta a questo modo...? Perchè, alcuni anni or sono, hanno provveduto a eliminare la pena di morte . Personalmente non ero d'accordo, immaginavo, e lo avevo già scritto su questo Blog, finisse proprio così. Restare ancora in vita dopo aver ammazzato o rovinato la nostra Comunità. Ciò che temevo è ora avvenuto..........Masaghepensu
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ANTONIO D’ALÌ
LA BANCA SICULA AL GOVERNO
Antonio D’Alì Solina, nato a Trapani nel 1952, laureato in Giurisprudenza a Roma, proprietario delle saline, della Banca Sicula (primo istituto bancario privato presieduta dallo zio che faceva parte della P2 di Gelli), poi ceduta alla Comit, su cui indagò il vicequestore di Mazzara del Vallo, Calogero Germanà, scampato nel 1992 ai kalashnikov di Bagarella, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano. Banca in cui era funzionario Salvatore Messina Denaro, arrestato nel 1998, fratello del capo di Cosa Nostra Matteo. Dalle indagini risulterebbe che i 7 miliardi provenienti dalla vendita della Banca siano finiti in una finanziaria con sede nel Lichtenstein. Senatore dal 1994, è stato sottosegretario all’Interno: “Berlusconi mi ha affidato l’incarico e non ho potuto rifiutare”. Incarico non riconfermatogli, come sono in molti a sostenere, a causa delle innumerevoli informative di polizia sul suo conto pervenute al vaglio del ministro dell’Interno Maroni. Ex presidente della provincia di Trapani. Ideatore della Vuitton Cup, preliminari della America’s Cup, oggi presiede la Commissione Ambiente del Senato ed è membro del comitato per la politica economica del Pdl. Da sottosegretario all’Interno, nel 2004, si sarebbe personalmente attivato per ottenere, invano, il trasferimento del capo della Squadra Mobile di Trapani. Oltre ad essere indagato per il trasferimento da Trapani del Prefetto Sodano, oppostosi alla vendita della Calcestruzzi Ericina del boss Virga all’imprenditore di cemento Vincenzo Mannina (arrestato, condannato a 6 anni per mafia, indagini sulla America’s Cup), che a verbale dice: “Sono certo che il mio allontanamento da Trapani è stato voluto da D’Alì che in prefettura mi prese in disparte e, con tono di rimprovero, mi disse: ‘Ma che mi combina? Mi dicono che con la sua attività sta alterando il libero mercato!’ Quando fu nominato sottosegretario mi invitò a pranzo e mi disse che da lui dipendeva la nomina e il trasferimento del prefetto e del questore della città”. Inoltre il boss Francesco Pace, (condannato per questo a 20 anni per associazione mafiosa) ha riferito che per il trasferimento del prefetto Sodano si era rivolto a un politico, tacendone il nome. (da Il Fatto Quotidiano)
Parla Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D’Alì La politica nella terra di Cosa nostra Quella che vi stiamo raccontando è una storia siciliana. È la storia della signora Maria Antonietta Aula, ex moglie di un uomo di punta di Forza Italia, fin dalla sua nascita, il senatore del Pdl, Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno, oggi presidente della Commissione Ambiente. Una storia che narra come il senatore D’Alì, rappresentante di spicco del governo Berlusconi, non abbia mai sentito il dovere di spiegare legami, seppure antichi, con boss di spicco, come il latitante Matteo Messina Denaro, condannato all’ergastolo per le stragi del 93, oggi a capo di Cosa Nostra. Ne emerge un racconto appassionato, lacerante, malinconico, libero dal giudizio che pure porta con sé. Un racconto che abbiamo scritto, che le abbiamo riletto al telefono, ottenendo la sua approvazione. Il giorno prima della pubblicazione, mentre aspettavamo, come da accordo preso, l’invio di una sua foto, riceviamo una e-mail in cui ci comunicava di aver cambiato idea e spiegava che il “rileggere una pagina ormai voltata della storia della mia vita mi ha fatto molto male e pertanto sono, oggi come mai, convinta di non volere più tornare su queste vicende”. Uno stato d’animo comprensibile ma non sufficiente per non pubblicare l’intervista, non per mancanza di sensibilità, o di rispetto, ma per un principio elementare di giornalismo.
di Sandra Amurri
GIRA E RIGIRA
tra le mani quei biglietti Maria Antonietta Aula. Una signora alta e bionda con gli occhi celesti e una cortesia d’altri tempi a delinearne i tratti. Famiglia della borghesia trapanese, è stata dall’età di 24 anni, per oltre vent’anni, la moglie del senatore del Pdl Antonio D’Alì, presidente della Commissione Ambiente, ex sottosegretario all’Interno, proprietario della Banca Sicula, poi ceduta alla Comit. La signora Aula è una donna che fatica ancora a rendersi conto di ciò che è scivolato davanti ai suoi occhi lasciando domande senza risposta. Risposte che non cessa di avere, visto che ci si dimentica solo di ciò che si chiede perché è poco importante, ma che, a tratti, vorrebbe smettere di cercare per liberarsi di un tempo ormai perduto. “Li ho ritrovati mettendo a posto le carte” dice mostrando i biglietti. “Congratulazioni. Francesco Messina Denaro e famiglia”. Un cognome che fa sobbalzare. Francesco Messina Denaro, capomafia di Castelvetrano, trovato morto nel ‘98 nelle campagne durante la latitanza, cadavere che la moglie, davanti allo sguardo attonito dei poliziotti, coprì con la sua pelliccia di Astrakan. Francesco era il padre di Matteo, attuale capo di Cosa Nostra, latitante da 16 anni, condannato all’ergastolo per le stragi del ‘93. I Messina Denaro erano i campieri della famiglia D’Alì, nella tenuta di contrada Zangara. Terreno venduto da Antonio D’Alì al gioielliere di Castelvetrano, Francesco Geraci, prestanome di Totò Riina, che andò a riprendere i soldi nella Banca Sicula dei D’Alì per restituirli a Matteo Messina Denaro, come lui stesso raccontò una volta diventato collaboratore di giustizia, dopo essere stato condannato per mafia. Oggi su quel terreno, confiscato, Libera produce olio.
IL REGALO DI NOZZE DI MESSINA DENARO
“Non lo avevo mai visto, non c’era accanto al vassoio d’argento massiccio, costato sicuramente oltre un milione, che Tonino portò a casa mia per esporlo accanto agli altri regali di matrimonio”, racconta. Divorziata da sei anni.
A 55anni, Maria Antonietta Aula, Picci per gli amici, è una donna che non ha conti in sospeso con l’ex marito, né vendette da consumare. Solo ora quel luogo della memoria, sospeso tra passato e presente che l’ha avvolta per molti anni, è divenuto il tempo della parola che non ha mai voluto affidare ai tanti giornalisti che le hanno chiesto un’intervista, anche per timore di finire nel solito clichè della moglie tradita, abbandonata, assetata di vendetta. “Gliel’ho restituito il vassoio dei Messina Denaro quando se n’è andato via. Non lo voleva, l’ha preso dopo aver insistito, in fondo era roba sua; perché sarebbe dovuto restare a casa mia?”spiega davanti ad una tazza di caffè caldo, marmellata di arance fatta da lei, sedute nel parco di Villa Pilati. Un’antica dimora seicentesca, trasformata in bed and breakfast, immersa nella natura, tra palme secolari, agrumeti, cascate di bougainvillea in fiore, che si affaccia sul mare di Bonagia, a pochi chilometri da Trapani. “La mia forza è mio figlio che vive e lavora a Londra, un ragazzo sensibile che si è fatto da solo senza mai chiedere nulla a nessuno. Ne sono molto fiera”. Il senatore D’Alì, non è un mistero, è un uomo che usa il potere di cui dispone con la scioltezza con cui una vecchina snocciola tra le dita il rosario. La signora Aula, che il potere “fa sorridere” ma la infastidisce quando diventa ostentazione, snocciola, invece, una litania di fatti, tutti documentati, che raccontano come la politica e gli uomini delle istituzioni, non solo in Sicilia, convivano, con grande disinvoltura, senza suscitare alcuno scandalo, con la cosiddetta normalità mafiosa, che contribuisce a rendere la mafia “eterna”, restando sempre dentro quel circuito vizioso che confonde vittime e carnefici. Quando D’Alì era sottosegretario all’Interno, il PM AndreaTarondo, che indagava su di lui, da una conversazione intercettata apprese che un poliziotto che aveva fatto parte della sua scorta, poi, affidato a quella di D’Alì, aveva inviato un fax, dalla questura di Trapani, all’insaputa del questore Pinzello, al ministero della Giustizia, su richiesta del sottosegretario del Pdl, in cui affermava che il pm “sparlava” di D’Alì. Il ministro Castelli aprì un’indagine. Il pm, convocato dal procuratore generale, dimostrò l’infondatezza dell’accusa ma al poliziotto non successe nulla.In seguito il poliziotto tornò a far parte della scorta del pm che informò di quanto accaduto il nuovo questore Gualtieri e il poliziotto venne destinato ad altro incarico. In seguito, si scoprì che la moglie del poliziotto gestisce il bed and breakfast “Le Vele” nel palazzo di proprietà di D’Alì, dove il poliziotto si recava con l’auto di servizio, durante l’orario di lavoro. “Questo, invece, è firmato Filippo e Rosalia Guttadauro, ma il loro regalo non ce l’ho presente; forse Tonino non l’ha esposto, oppure l’ha fatto senza dirmi di chi fosse”, continua a raccontare la signora Picci mentre sfoglia la rubrica dove il marito registrava tutti i regali ricevuti. Alla lettera G esclama: “Non c’è! Che strano, eppure il biglietto è qui! Ricordo molto bene il matrimonio di Rosalia e Filippo Guttadauro alla Favorita di Marsala, più di 700 gli invitati.La mamma della sposa,la signora Lorenza Messina Denaro in cappello, una sfilza di doppiopetti rigati, musica e fiumi di champagne Cristall. C’erano Cuffaro, Dell’Utri, Mannino”. Rosalia è la sorella maggiore di Matteo Messina Denaro. Suo marito, Filippo Guttadauro, medico di Bagheria, è il referente di Matteo Messina Denaro per la provincia di Palermo, si interessava alle sorti politiche di Cuffaro. Ora è in carcere, condannato a 16 anni. “Con me a fare la spesa veniva sempre Patrizia, la sorella più piccola. Matteo da bambino l’ho tenuto sulle ginocchia, erano i figli di don Ciccio, che abitava nella casa a fianco alla nostra a Zangara, dove ci trasferivamo per la vendemmia” dice mentre continua a sfogliare la rubrica.“Ma questa è la mia scrittura!”, esclama indicando il foglio alla lettera M. Legge ad alta voce: “Francesco Messina Denaro, grande centro argento consegnato 12-11-2000. Non lo ricordavo, l’ho scritto io quando gliel’ho restituito. Si alza seguita dai due inseparabili Shih-Tzu, Trillo e Gelsomina. Va in ufficio. Torna poco dopo tenendo in mano due fogli. Una riga di inchiostro nero li divide verticalmente: Aula e D’Alì, carta intestata Antonio D’Alì Solina, Trapani. Scritto a penna: “Nota per l’assegnazione dei regali di nozze in base alla provenienza degli stessi; a seguire i rispettivi regali ricevuti per ordine alfabetico”. “Anche qui mancano quelli di Guttadauro e Messina Denaro, mah!”, sospira. “Difficilmente rispondeva alle mie domande”. Le parole, come scrive Simone de Beauvoir, smuovono le coscienze, agitano gli animi, fissano il pensiero, insomma restano, è meglio non rischiare.
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Si può privatizzare “l’emergenza”? Si può privatizzare “l’esercito” di volontari che in questi anni si è occupato di terremoti, ricostruzioni, disastri ambientali e persino dei grandi eventi come il G8 de L’Aquila? Secondo il governo Berlusconi, sì. L’idea di “privatizzare” la Protezione civile, almeno da un punto di vista giuridico, potrebbe diventare realtà già a dicembre. È messa nero su bianco, nella bozza di un decreto legge, il cui testo è conservato nei cassetti di Palazzo Chigi. Bisogna prima convincere il ministro dell’Economia Giulio Tremonti a trovare un’adeguata copertura finanziaria, ma presto un pezzo dello Stato sarà convertito in azienda. La Protezione civile diventerà una spa, una società per azioni. La ristrutturazione del dipartimento – diretto dal sottosegretario Guido Bertolaso – è nascosta nell’articolo 11 dell’ampio decreto legge sulle “norme urgenti per la cessazione dello stato di emergenza in Campania e l’avvio della seconda fase nel territorio della regione Abruzzo”. Privatizzazione giuridica della Protezione civile: non si tratta d’una sfumatura. Parliamo del passaggio, a una spa, della gestione autonoma realizzata, in questi anni, da Bertolaso e dal suo gruppo di lavoro. La dicitura “emergenza”, oggi, consente poteri illimitati, discrezione assoluta, operazioni e investimenti al di fuori dei normali controlli: ed è proprio questo che s’intende “privatizzare”. Ma – e qui viene il bello – l’azienda resta comunque pubblica, ma nelle mani di un unico azionista: il presidente del Consiglio. L’annuncio è nelle prime righe del paragrafo “attività di supporto strumentale al dipartimento della lanza degli interventi strutturali e infrastrutturali, l’acquisizione di forniture o servizi rientranti negli ambiti di competenza del dipartimento, ivi compresi quelli concernenti le situazioni di emergenza socio-economica-ambientale… nonché lo svolgimento di attività di formazione e ricerca con particolare riferimento al campo dell’ingegneria sismica”. Attenzione: “Secondo le direttive operative impartite dal presidente del Consiglio dei ministri su proposta del capo del dipartimento”. E quindi, secondo quest’ipotesi, da dicembre chi decide è Berlusconi; chi muove – direttamente – milioni di euro è Berlusconi; chi può dispensare favori è Berlusconi. Il decreto legge sarà approvato entro la fine dell’anno. Da mesi se ne parla, mai nessuno, però, aveva proposto una discussione.
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Sarà per la visuale angolata o perché infastidito dall’andirivieni, eppure Sergio Zavoli – sempre placido e gentile – guarda con occhi obliqui Mauro Masi. Seduto accanto a Fedele Confalonieri, in un ormai familiare connubio tra Rai e Mediaset, il direttore generale è molto impacciato (litiga con il microfono) e poco attento (arriva in ritardo) al seminario della Commissione di Vigilanza sul servizio pubblico. Non è un giorno qualsiasi, tra poche ore Paolo Ruffini sarà sostituito alla direzione di Raitre: per volere politico e non per disvalore professionale. Zavoli è il presidente dell’equilibrio e della parzialità, ma interviene (quasi) per lanciare un appello ai consiglieri di viale Mazzini: “Spero ci sia una sorta di condivisione, in qualche modo di consenso. Ruffini ha lavorato bene per sette anni, mi sarei aspettato una conferma. Mi sembra doveroso rivolgere un buon augurio ai protagonisti della vicenda. Temo che i giochi siano fatti”. E sono fatti davvero. Antonio Di Bella è il candidato ufficiale, il curriculum è stato distribuito alle segreterie in copia firmata da Masi. L’ex direttore del Tg3 avrà un’investitura quasi trasversale: avrà i voti del Pdl e della Lega nord, quasi certi l’Udc e Giorgio Van Straten (Pd). Irremovibile Nino Rizzo Nervo. Di Bella è il nome che cercava Masi per unire la maggioranza e l'opposizione, tant'è che il commento diplomatico di Pier Luigi Bersani svela il “patto del Cavallo”: “La Rai è un'azienda, può fare l'azienda. Vediamo cosa succede e poi diremo la nostra”. Nessuna protesta del segretario democratico. Nonostante i dirigenti di Raitre chiedano con insistenza un incontro urgente con i vertici per ritirare la nomina all'ordine del giorno. Non ci saranno incontri perché Masi, all’ultimo passo di una complessa operazione, s’è rifiutato persino di rispondere. Al direttore generale interessa il rapporto tra la Rai e la politica: “Sano quando rispettano le regole, mutevole quando non sono chiare”. Che vorrà dire? Buttato lì nella sala Capitolare , a pochi minuti da un colloquio con Renato Schifani. Il presidente del Senato che vorrebbe “una Rai plurale”. (IL Fatto Quotidiano)
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Se era necessaria una conferma, ora eccola. La RAI è divenuta proprietà di Mr. Berluskoni..! Contenti..? E, in un prossimo avvenire, con un Decreto Legge + la Fiducia, farà versare sui suoi conti Mediaset gli "Importi del canone RAI". E...il gioco è fatto. Non lo credete....aspettate. il tempo c'è...!
Masaghepensu
(Ma se ci penso)
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Roberto Maroni a Brescia e Mario Borghezio a Rovato. Entrambi sono attesi per venerdì. Il primo in Prefettura, l'altro alla fiaccolata delle 20 promossa dalla Lega. Sono giornate che si preannunciano davvero calde, in Francia-corta, dopo l’episodio di aggressione e stupro perpetrato da un 24enne marocchino ai danni di una coppia che si era appartata. Sale l’intolleranza tra i cittadini in questa parte del Nord dove si moltiplicano le iniziative di controllo sugli stranieri. L’ultima in ordine di tempo è quella attuata dal Comune di Coccaglio e denominata ‘White Christmas’ (riportata anche sulle colonne del quotidiano inglese The Indipendent) per fare piazza pulita degli stranieri privi di permesso di soggiorno.
Questa sera davanti al consiglio comunale di Coccaglio gli immigrati insieme alle associazioni distribuiranno dei volantini per la grande manifestazione contro l’iniziativa “natalizia” in programma sabato. Ma solo un paio di ore più tardi, però, a pochi chilometri di distanza Forza Nuova, il partito di estrema destra fondato da Roberto Fiore, scende in piazza Cavour a Rovato per ribadire “la propria opposizione all'immigrazione e alla tanto incensata società multietnica, negative a priori in ambito identitario ed economico”. A Coccaglio e Rovato (giunta di centro sinistra dove i vigili operano quasi 24 ore su 24) la gente dice che “non tutti gli immigrati sono cattivi” ma c’è anche chi afferma che “gli stranieri sono troppi”. Tanti, soprattutto, nelle fabbriche o nei vigneti per la vendemmia che ha reso famosi gli ottimi vini della Franciacorta.
Eppure il tema della sicurezza viene usato e strumentalizzato a volte per alimentare l'esasperazione della gente a danno della convivenza. La Lega, infatti, qui non smette di fare notizia. Nel bresciano, più esattamente a Pompiano, nega la sepoltura al corpo di un bambino nato da genitori marocchini (in Italia da 13 anni e da 4 residenti nel comune con regolare permesso di soggiorno) mentre ad Adro un’ordinanza comunale ha escluso dalla mensa i bambini i cui genitori (di origine magrebina ) hanno pagato in ritardo la retta. Ma c'è anche chi scheda gli stranieri che fanno volantinaggio. Il tribunale di Brescia ha poi giudicato “discriminatorio” il comune di Ospitaletto che con un atto del sindaco aveva inserito fra i documenti necessari per richiedere e ottenere la residenza anche il certificato penale.
Sulla questione prostituzione in strada si invoca il pugno duro. Come nel caso dell’ex sindaco , proprio di Rovato, condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi di reclusione e interdizione ai pubblici uffici per stupro di gruppo ai danni di una prostituta rumena. L'ex primo cittadino leghista aveva anticipato a modo suo la stagione delle ordinanze creative proibendo, ad esempio, ai musulmani di avvicinarsi alle chiese e naturalmente aveva stabilito sanzioni per chi esercitava il meretricio sul “territorio di Rovato”. Peccato però che una sua foto pubblicata su di un quotidiano locale gli sia costata la condanna inferta dal Gup di Verona per una serie di brutali violenze di gruppo ai danni di una giovane lucciola liberata dai suoi aguzzini durante un’operazione contro il racket del sesso sul Lago di Garda. All’epoca dei fatti (era il 1999) la ragazza aveva 19 anni.
Alle forze dell'ordine che l’avevano liberata fece i nomi dei suoi sfruttatori che furono arrestati e in particolare raccontò di alcune violenze di gruppo subite a ripetizione nei mesi precedenti. Nel maggio del 2000 la giovane vide su un quotidiano di Brescia la foto di Manenti, proprio in un articolo in cui si annuncia un giro di vite contro la prostituzione. “È lui uno di quelli che mi stuprava assieme ai miei aguzzini” affermò la ragazza. Il fascicolo rimase fermo per anni, finché nel 2006 la procura ne chiese l’archiviazione. Il Gip di Verona sollecitò ulteriori indagini arrivando così al processo di febbraio di quest’anno e per il quale Manenti aveva scelto il rito abbreviato: procedura che dà diritto allo sconto di un terzo sulla eventuale pena. Ritenendo la testimonianza della vittima sufficiente, il giudice, ha condannato l'ex sindaco leghista che si è sempre dichiarato innocente. Roberto Manenti, uscito dalla Lega, oggi è consigliere di minoranza a Rovato con una lista civica.
(Il Fatto Quotidiano)
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Che bella manica di bastardi si sono scelti da quelle "parti". Di quel vino non ne consumerò mai e poi mai più. Bravo quel Giudice Onesto....
Masaghepensu
(Ma se ci penso)
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Alla tesi dell’omicidio “mascherato” si aggiunge ora quella di una dose di eroina purissima “mascherata” da cocaina. Un cocktail micidiale, trappola tesa a Gianguarino Cafasso, in grado di ucciderlo nel giro di due o tre minuti. Il pusher che spiava i trans, che informava i carabinieri sui movimenti dei clienti Vip, che ha cercato di smerciare il video che ha distrutto la carriera politica di Piero Mar-razzo, era un assuntore abituale di cocaina. Non era in grado di reggere quel concentrato di eroina pura che ha provocato in lui una sorta di choc anafilattico. Omicidio volontario e forse premeditato perché qualcuno ha volutamente alterato la dose con micidiali sostanze che ne hanno mutato il gusto per fargli credere che si trattasse di cocaina. Non del tutto perché la sua compagna Jennifer, al secolo Adriano La Motta, aveva assaggiato la sostanza e l’aveva trovata sgradevole.
Così aveva rinunciato a sniffare e si era vista un film in televisione. Non si è accorta che Rino era morto nel letto, credeva dormisse, solo la mattina dopo ha chiamato aiuto. Un comportamento che desta qualche sospetto, ma non tale da far pensare che Jennifer abbia responsabilità nella morte di Cafasso, forse conosceva i suoi segreti e ha avuto paura. I file segreti di Brenda, la hacker dei Vip. Sono in tanti ad avere paura ormai. Non soltanto i trans che affollano i luridi monolocali che si trovano tra via Gradoli e via Due Ponti, oggetto quotidiano di minacce e rapine quasi a dire che la festa è finita, che è ora di cambiare aria. Anche nella Roma bene il terrore corre sul filo delle indiscrezioni che arrivano da ambienti investigativi, dai boatos che rimbalzano su altri nomi contenuti nelle schede telefoniche o nei file del computer di Brenda, ormai descritta come un hacker, da ieri al vaglio dei periti.
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Lui, Giuseppe Valentino, il relatore del testo abbrevia-processi è quasi una sfinge: in Commissione Giustizia in Senato ieri ha parlato venti minuti, meccanicamente, non ha citato una sola volta le necessità processuali di Berlusconi. “La mia - spiegherà poi - è una relazione tecnica, un atto neutrale”. Valentino è un ex di An, avvocato di spicco di Reggio Calabria, che con Berlusconi ha rapporti solidi. E' stato sottosegretario alla Giustizia per due volte nei suoi governi. Un uomo di fiducia, legato alla sponda più amica del premier tra gli ex aennini, Maurizio Gasparri. Nella commissione giustizia del Senato ha un certo feeling con un altro ex di An, il presidente Filippo Berselli, avvocato pure lui. Ha dimenticato i trascorsi da missino in minoranza nella rossa Bologna e vive con un certo imbarazzo i distinguo finiani. Sulla abbrevia processi ha già fatto dichiarazioni bellicose. D'altra parte fu lui a firmare con Carlo Vizzini un emendamento al pacchetto giustizia che, secondo i detrattori, avrebbe dato un aiutino a Berlusconi nel processo Mills. A completare la prima linea del Pdl in commissione Giustizia al Senato ci sono il magistrato siciliano Roberto Cantaro e Piero Longo, l'avvocato padovano con il cuore molto a destra, mentore di Ghedini. E che Ghedini ha ricambiato perorando con successo la sua candidatura presso il Cavaliere. Se nella commissione di palazzo Madama il Pdl schiera sei avvocati (i democratici si fermano a quota tre), il Pd risponde con cinque magistrati, di quelli che fanno venire l'orticaria a Berlusconi: oltre ad Anna Finocchiaro, Alberto Maritati , che indagò anche sul Pci pugliese, Gianrico Carofiglio, uno che tra un processo e l'altro scrive best-seller, Felice Casson, che indagò su Gladio, e, soprattutto, Gerardo D'Ambrosio, uno dei campioni di Manipulite. Anche alla Camera la commissione è guidata da un ex di An. Ma l'aria è tutt'altra. Giulia Bongiorno è una fedelissima di Fini. Finì sotto i riflettori durante il processo Andreotti: era nello staff dello studio Coppi e ben presto seppe conquistare la fiducia quasi esclusiva del sette volte presidente del Consiglio. E fiducia gliene ha data anche Gianfranco Fini. E’ lei la consigliera più ascoltata, non solo per questioni strettamente politiche. E’ l’anti-Ghedini, anche lui provvidenzialmente in commissione. Non è solo una questione politica, o di gelosia tra giovani penalisti di grido.
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25 novembre 2009
Tutti i Berlusconi di Cirino Pomicino
E' finita. Siamo allo sbando più totale. Neppure Orson Wells o Isaac Azimov avrebbero saputo fare di meglio.Il Giornale ci informa - ma solo perché gallina che canta ha fatto l'uovo - che a Silvione Rockstar potrebbe arrivare presto un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa – c’entreranno qualcosa i contenuti rispolverati da l’undicesima domanda, l’articolo apparso il 23 agosto su Byoblu.Com? Ghedini è già al lavoro per depenalizzare i reati di mafia ed istituire una giornata nazionale in ricordo dei santi picciotti caduti per combattere lo stato – l’eroe Mangano aprirà il calendario il primo gennaio. Tutti gli altri si stanno arrampicando sugli specchi con le argomentazioni più inverosimili.Devo dire che al concorso per la faccia più tosta degli ultimi tempi, Cirino Pomicino ha sbaragliato tutti. Sentite cosa ha avuto il coraggio di dire, questa mattina durante la trasmissione televisiva di LA7, Omnibus«Il processo Mills e il processo dei diritti televisivi non processano il presidente del Consiglio, processano Berlusconi imprenditore, per cose diverse. Quindi non processano l’uomo politico Berlusconi che avrebbe fatto reati nell’esercizio delle sue funzioni.»Disinvoltamente, ne conclude che Berlusconi, anche in caso di condanna, avrebbe pieno titolo per ricandidarsi.
Cirino Pomicino è un ex esponente della DC, come tanti suoi colleghi finito nella rete di Mani Pulite. Non contento,recentemente è stato nell’UDEUR: è riuscito a farsi espellere perfino da Mastella! Siccome non c’è limite al peggio, si è messo a scrivere su Il Giornale, ma gli italiani lo ricordano per il finanziamento illecito (tangenti Enimont), che gli ha fruttato un anno e otto mesi di reclusione, e per il patteggiamento di due mesi per corruzione sui fondi neri Eni. Per di più, è stato coinvolto nella cattiva gestione dei fondi per il terremoto in Irpinia – i famosi 60.000 miliardi di lire su cui Berlusconi ha dimostrato molta disinvoltura – ma i reati sono stati prescritti per decorrenza dei termini processuali.
Per questo i suoi consigli a Berlusconi sono preziosi: «Berlusconi può benissimo [in caso di condanna] riandare al corpo elettorale, sapendo che quel tipo di sentenza comunque va in prescrizione, perché nel processo Mills e in quello per i diritti televisivi, siamo ancora in primo grado. Fino a quando non arriva al terzo grado, andrà autonomamente in prescrizione!»
Questa gente è finita. Non hanno ancora capito che devono togliersi dai coglioni. Devono andarsene. Ci sono tantissimi italiani onesti, non abbiamo bisogno di condannati e di prescritti che vanno in giro come se fossero una verginella al ballo delle debuttanti.
Tags: televisione, silvio berlusconi, cirino pomicino
Categorie: Politica
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